Per molte imprese il primo contatto con la social compliance arriva dall’esterno: un cliente invia un questionario, chiede di sottoscrivere un codice di condotta o annuncia un audit sociale presso lo stabilimento. Sempre più spesso la richiesta non riguarda soltanto l’impresa, ma anche i suoi fornitori e subfornitori.
Rispondere caso per caso è possibile, ma costoso e poco efficace. Un programma strutturato permette invece di conoscere i propri rischi, rispondere in modo coerente ai clienti e, soprattutto, migliorare le condizioni di lavoro dove servono interventi.
Di che cosa parliamo
Con social compliance si intende l’insieme delle pratiche con cui un’organizzazione verifica che le condizioni di lavoro, al proprio interno e lungo la catena di fornitura, rispettino la legge e gli standard internazionali riconosciuti, a partire dalle convenzioni fondamentali dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro.
I temi ricorrenti sono gli stessi che lo standard SA8000, promosso da Social Accountability International, organizza in requisiti verificabili:
- lavoro infantile e lavoro forzato o obbligato;
- salute e sicurezza sul lavoro;
- libertà di associazione e diritto alla contrattazione collettiva;
- discriminazione;
- pratiche disciplinari;
- orario di lavoro;
- retribuzione;
- sistema di gestione, che rende i requisiti precedenti stabili nel tempo.
SA8000 è certificabile da organismi accreditati. Accanto alla certificazione esistono audit di seconda parte condotti dai clienti e metodologie di audit sociale diffuse in specifici settori, come SMETA o amfori BSCI. Gli schemi differiscono per procedure e reportistica, ma condividono gran parte dei contenuti.
Perché la catena di fornitura
I rischi sociali più rilevanti si trovano spesso fuori dal perimetro diretto dell’impresa: nella subfornitura di lavorazioni, nei servizi esternalizzati come logistica, pulizie o manutenzione, nel lavoro fornito tramite appalti o intermediari, nelle produzioni collocate in paesi con tutele meno efficaci.
In Italia il tema ha anche una dimensione penale. L’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro, previsti dall’articolo 603-bis del codice penale, rientrano tra i reati presupposto della responsabilità degli enti ai sensi del D.Lgs. 231/2001. La valutazione dei fornitori diventa così un punto di contatto naturale tra social compliance e Modello 231.
Un programma in cinque fasi
1. Mappare i fornitori
Il primo passo è sapere chi sono i fornitori e che cosa fanno: categoria merceologica o di servizio, paese e luogo di produzione, volumi, rilevanza per il business, ricorso a subfornitura. Spesso questa mappa non esiste in forma completa, perché le informazioni sono distribuite tra acquisti, qualità, amministrazione e produzione.
2. Valutare il rischio
Non tutti i fornitori presentano lo stesso livello di rischio. Paese, settore, tipo di lavoro (stagionale, manuale, ad alta intensità di manodopera), modalità contrattuali e storico delle relazioni permettono di classificarli e di concentrare le risorse dove servono. Un approccio basato sul rischio evita sia di trascurare le situazioni critiche sia di sottoporre fornitori a basso rischio a richieste sproporzionate.
3. Definire aspettative chiare
Un codice di condotta per i fornitori, richiamato nei contratti e negli ordini, stabilisce i requisiti minimi e le conseguenze del loro mancato rispetto. Deve essere comprensibile, coerente con le richieste dei clienti e accompagnato da canali attraverso cui i fornitori possano porre domande e i lavoratori segnalare problemi.
4. Verificare
Le verifiche si modulano sul livello di rischio: questionari di autovalutazione per i fornitori meno esposti, verifiche documentali per quelli intermedi, audit in loco per quelli critici. Un audit sociale efficace non si limita ai documenti: osserva i luoghi di lavoro, confronta registrazioni di presenze e buste paga, e soprattutto raccoglie la voce dei lavoratori con interviste riservate, condotte senza la presenza dei responsabili.
5. Migliorare
L’obiettivo di un audit non è il punteggio, ma il miglioramento. Le non conformità si traducono in un piano di azione correttiva con cause, azioni, responsabili e scadenze, seguito da verifiche di follow-up. Interrompere il rapporto con un fornitore resta un’opzione, ma è in genere l’ultima: una disdetta improvvisa può peggiorare la situazione dei lavoratori che si intendeva tutelare.
Gli errori più comuni
- Questionari identici per tutti, che generano grandi quantità di risposte poco verificabili.
- L’audit come evento isolato, preparato per il giorno della visita e dimenticato il giorno dopo.
- Verifiche soltanto documentali, che non intercettano ciò che i documenti non mostrano.
- Assenza di canali di segnalazione accessibili ai lavoratori dei fornitori.
- Esiti non condivisi con gli acquisti, che continuano a scegliere i fornitori senza considerarli.
Il collegamento con i sistemi di gestione
Un programma di social compliance funziona meglio quando è inserito in un sistema di gestione. SA8000 offre un quadro completo per la responsabilità sociale; i requisiti in materia di salute e sicurezza possono essere gestiti in modo coordinato con un sistema ISO 45001; la qualifica dei fornitori può integrare criteri sociali accanto a quelli di qualità, ambiente e affidabilità. In questo modo le informazioni non restano confinate a una funzione e diventano parte delle decisioni ordinarie.
Che cosa misurare
Alcuni indicatori aiutano a capire se il programma sta funzionando:
- quota di fornitori critici valutati nel periodo;
- azioni correttive chiuse entro i tempi concordati;
- ricorrenza delle stesse non conformità negli audit successivi;
- segnalazioni ricevute e gestite;
- fornitori che hanno migliorato la propria valutazione nel tempo.
Gli indicatori vanno scelti in base agli obiettivi e alle risorse disponibili: pochi, misurati con regolarità, sono più utili di molti raccolti una volta l’anno.
In sintesi
La social compliance non coincide con un audit né con un certificato. È un modo di gestire la catena di fornitura che parte dalla conoscenza dei fornitori, concentra le verifiche dove il rischio è più alto, raccoglie evidenze attendibili e trasforma le non conformità in miglioramenti. Impostata con questo criterio, diventa anche una risposta più solida e meno onerosa alle richieste dei clienti.